(Adnkronos) - L'Iran torna in piazza. Proteste antigovernative percorrono le principali città del Paese, alimentate da crisi economica, repressione e malcontento sociale. Al centro della scena politica resta Ali Khamenei, Guida Suprema da oltre 40 anni, simbolo di un regime che affronta una delle sfide più serie dalla sua ascesa al potere.
Nato il 19 aprile 1939 a Mashad, città santa per gli sciiti, Khamenei iniziò il percorso di studi in una 'maktab', l'allora scuola elementare. Figlio secondogenito dell'hojatoleslam Javad Khamenei, frequentò poi il seminario di Mashad, partecipando alle lezioni di alcuni tra i più importanti studiosi dell'epoca, tra cui l'ayatollah Borujerdi e Ruhollah Khomeini, il "padre" della Repubblica islamica. Il giovane Khamenei compì un pellegrinaggio e periodi di studio a Najaf, città irachena fondamentale per la formazione religiosa degli sciiti. L'anno successivo si spostò a Qom, il 'Vaticano' degli sciiti, dove fino al 1964 seguì gli insegnamenti di diversi tra gli ayatollah più noti dell'epoca.
"Per quanto riguarda le idee politiche e rivoluzionarie e la giurisprudenza islamica, sono certamente un discepolo dell'Imam Khomeini", affermò Khamenei, che nei primi anni Sessanta si unì ai rivoluzionari che si opponevano al regime dello Shah e alla sua politica filo-americana. Il 'matrimonio' con la causa khomeinista gli costò una notte in carcere nel maggio del 1963, quando il leader della rivoluzione gli affidò la missione di portare un messaggio segreto all'ayatollah Milani. Un mese dopo fu nuovamente arrestato per attività antigovernative.
Subito dopo il ritorno di Khomeini a Teheran nel 1979, Khamenei fu nominato membro del Consiglio della Rivoluzione. Dopo lo scioglimento del Consiglio, divenne vice ministro della Difesa e rappresentante personale di Khomeini nel Consiglio Supremo per la Difesa, mantenendo stretti rapporti con i Guardiani della Rivoluzione. Fu anche uno dei negoziatori chiave durante la crisi degli ostaggi americani. Tra i membri fondatori del Partito Islamico Repubblicano (Pir), nel 1981, mentre stava tenendo un discorso in una moschea di Teheran, una bomba esplose facendogli perdere l'uso del braccio destro. L'attentato venne poi rivendicato dai Mojahedin del Popolo.
Dopo l'assassinio del presidente Mohammad Ali Rajai, Khamenei fu eletto presidente dell'Iran, incarico che ricoprì per due mandati consecutivi fino al 1989. Alla morte di Khomeini, fu eletto Rahbar dall'Assemblea degli Esperti, dopo l'estromissione dell'ayatollah Montazeri, inizialmente designato come successore. In realtà Khamenei non possedeva i titoli tradizionali per ottenere la carica: la Guida Suprema doveva essere riconosciuta come 'marja-e taqlid', cioè fonte di imitazione. Ma di fronte al vuoto creatosi con la morte di Khomeini, la Costituzione fu modificata per consentire la nomina di un nuovo Rahbar. In una sola notte fu anche 'promosso' da hojatoleslam ad ayatollah.
Sotto la sua leadership l'Iran affrontò momenti di grande difficoltà. Il primo ostacolo fu il doppio mandato del presidente Mohammad Khatami, riformista che spingeva per la distensione con l'Occidente, linea che Khamenei vedeva come fumo negli occhi. Il Rahbar riuscì a far fallire molte delle riforme che miravano ad aprire il Paese sia da un punto di vista sociale che politico. Fu però con il successore, l'ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, da molti ritenuto suo protegé, che la Repubblica islamica affrontò alcune delle sue crisi più profonde. La contestata rielezione dell'ex sindaco di Teheran nel 2009 portò il Paese sull'orlo del caos, con centinaia di manifestanti uccisi nella repressione dell'Onda Verde. Migliaia di dissidenti, tra cui i due leader dell'opposizione Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, furono arrestati. La presidenza Ahmadinejad fu anche caratterizzata da aspre critiche per la gestione dell'economia e da un progressivo distacco tra l'allora presidente e Khamenei.
Nel 2013 fu eletto presidente il riformista Hassan Rohani, la cui presidenza fu segnata dall'accordo sul programma nucleare (Jcpoa) che nel 2015 portò alla revoca delle sanzioni contro la Repubblica islamica. Intesa che poi nel 2018 l'allora presidente americano Donald Trump fece naufragare. Khamenei appoggiò l'accordo sul piano internazionale, ma contrastò ogni tentativo di Rohani di espandere le libertà civili. L'abbandono del Jcpoa da parte degli Stati Uniti fece sprofondare l'Iran in una nuova crisi economica, innescando proteste antigovernative, tra cui quella del 2019, durante la quale i manifestanti scandirono lo slogan "morte al dittatore", riferendosi alla Guida Suprema.
L'atteggiamento anti-occidentale di Khamenei, che ha sempre dominato la sua retorica, si consolidò ulteriormente. "L'ho detto fin dal primo giorno: non c'è da fidarsi dell'America", disse commentando la mossa di Trump. Per Israele, definito "un cancro", Khamenei ha più volte minacciato rappresaglie e ha messo in discussione l'Olocausto. Un altro momento drammatico fu l'uccisione del suo stretto alleato Qassem Soleimani, capo della Forza Quds dei pasdaran, assassinato in un raid di un drone statunitense a Baghdad nel gennaio 2020. Khamenei promise "vendetta" e ordinò il lancio di missili balistici contro due basi irachene che ospitavano truppe americane.
Pochi giorni dopo, l'Iran fu scosso dall'abbattimento per errore di un aereo ucraino da parte della contraerea dei Guardiani della Rivoluzione, che provocò 176 morti, scatenando nuove proteste antigovernative. Successivamente, il Paese affrontò la pandemia di Covid-19, con Khamenei inizialmente scettico sull'impatto: "E' un problema che passerà. Non è niente di straordinario", disse.
Oggi, mentre le manifestazioni antigovernative continuano a scuotere l'Iran, il Paese resta segnato anche dal recente conflitto regionale. La cosiddetta guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele del giugno 2025 - un'escalation militare che vide raid israeliani e attacchi missilistici iraniani prima di un cessate il fuoco - ha lasciato cicatrici profonde nella società e nelle forze armate di Teheran. Il presidente Donald Trump, intanto, ha minacciato possibili azioni per proteggere i manifestanti, avvertendo che gli Stati Uniti potrebbero intervenire se il regime dovesse reprimere violentemente le proteste.
Questi sviluppi riflettono un Iran sotto pressione su più fronti, con la leadership di Khamenei, e soprattutto la sua eredità, sempre più al centro di un confronto che non è solo domestico ma anche internazionale. Data l'età e i problemi di salute, più volte si sono diffuse notizie - in molti casi false - che volevano Khamenei ricoverato o in punto di morte, alimentando speculazioni sul suo successore.




