(Adnkronos) - Il blocco navale degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz segna un salto di qualità nella crisi con l'Iran, aprendo uno nuova e pericolosa fase del conflitto con Teheran. La misura, decisa dopo il fallimento dei negoziati diretti che si sono tenuti a Islamabad nel fine settimana, apre infatti scenari complessi sul piano operativo, giuridico e geopolitico. Il presidente Donald Trump ha inizialmente parlato di bloccare "qualsiasi nave" in entrata o in uscita dallo stretto a partire dalle 16 ora italiana, ma successivamente il Centcom ha circoscritto l'operazione alle navi dirette verso o provenienti dai porti iraniani, evitando formalmente di interferire con il traffico internazionale diretto verso scali non iraniani.
Dal punto di vista tecnico, il blocco è una misura di guerra economica che mira a impedire a un Paese di esportare e importare merci, colpendo direttamente le sue entrate e la sua capacità di sostenere lo sforzo bellico. Secondo il diritto internazionale, per essere considerato legittimo un blocco deve rispettare criteri precisi: deve essere dichiarato pubblicamente, deve essere effettivo (cioè realmente applicabile), imparziale (valido per tutte le bandiere) e non può impedire l'accesso ai porti neutrali né chiudere uno stretto internazionale come Hormuz al traffico non coinvolto nel conflitto.
Proprio su questo punto si concentra una delle principali ambiguità: Washington sostiene di non voler bloccare lo stretto, ma solo i collegamenti con i porti iraniani. Tuttavia, nella pratica operativa, la distinzione può risultare difficile da applicare senza incidere sulla libertà di navigazione.
In termini operativi, il blocco non implica la presenza di navi da guerra davanti ai porti iraniani perché esporrebbe le unità americane ad attacchi con droni, missili o barchini esplosivi. La strategia Usa prevede invece l'uso di intelligence satellitare per individuare le navi partite dai porti iraniani e intercettarle una volta entrate nel Golfo dell'Oman. Anche nel caso in cui i transponder (Ais) vengano spenti, le navi restano individuabili attraverso altri sistemi. Centcom ha avvertito che qualsiasi imbarcazione che entri o esca dall'area del blocco senza autorizzazione sarà "soggetta a intercettazione, dirottamento e e cattura".
E' qui che si apre il nodo più critico: fermare e ispezionare una nave in mare aperto è considerato un atto ostile e, in molti casi, un atto di guerra, soprattutto se riguarda imbarcazioni di Paesi terzi. L'applicazione concreta del blocco quindi presenta numerose zone grigie. Non è difficile immaginare il caso di petroliere non iraniane - ad esempio indiane o pakistane - che trasportano greggio da porti iraniani.
La posizione della Cina rappresenta una delle principali incognite. Pechino ha invitato alla moderazione, ma ha interessi diretti nella stabilità della regione. Lo Stretto di Hormuz è infatti un passaggio chiave non solo per il petrolio iraniano, ma anche per quello proveniente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Inoltre il Medio Oriente è diventato negli ultimi anni un mercato sempre più rilevante per le esportazioni cinesi.
Il rischio è duplice: da un lato, un eventuale intervento americano contro navi cinesi, dall'altro, la possibilità - teorica - che Pechino decida di scortare militarmente le proprie imbarcazioni. Uno scenario che segnerebbe un salto di scala nel confronto.
Un ulteriore elemento di complessità riguarda il sistema di pedaggi per il "passaggio sicuro" che, secondo diverse fonti, l'Iran imporrebbe nello stretto, con cifre attorno ai due milioni di dollari. Trump ha dichiarato che "nessuno che paga un pedaggio illegale avrà passaggio sicuro", ma distinguere chi ha pagato - soprattutto se tramite criptovalute non tracciabili - appare estremamente difficile.
“Non è una questione di fattibilità, ma di impatto”, ha spiegato l'ex inviato speciale Usa David Satterfield, sottolineando che il Golfo è un nodo essenziale per le forniture globali. Un blocco prolungato, ha avvertito, potrebbe avere effetti "profondi" ben oltre il prezzo di petrolio e carburanti. Ancora più netto l'ex ambasciatore britannico in Iran, Richard Dalton, secondo cui un'operazione di questo tipo "sarebbe un atto di guerra" e legittimerebbe una risposta militare da parte di Teheran.




