I dati Eurostat diffusi a fine 2025 collocano la quota di popolazione con competenze digitali almeno di base al 54,2%, in netto miglioramento rispetto al 45,7% della rilevazione precedente, ma ancora sotto la media europea del 60% e lontana dall'obiettivo del Decennio Digitale, che fissa al 2030 la soglia dell'80%. Tradotto: restano poco meno di ventisei punti da recuperare in cinque anni, dopo che per recuperarne otto e mezzo ne è servito uno.
Questo numero, che di solito viene commentato come una statistica di sistema, ha una conseguenza molto concreta dentro le aziende. Un'impresa che vorrebbe presidiare i propri canali digitali scopre che nessuno, in organico, è in grado di farlo. E scopre che assumere qualcuno che lo sappia fare è più difficile di quanto immaginasse.
Il primo ostacolo non è il costo, è la mancanza di persone
La conferma arriva dalla rilevazione Istat "Imprese e ICT" pubblicata a dicembre 2025. Tra le imprese con almeno dieci addetti che hanno preso in considerazione un investimento in intelligenza artificiale e poi non l'hanno realizzato, la mancanza di competenze adeguate è l'ostacolo citato più spesso, dal 58,6%. Viene prima della carenza di chiarezza normativa (47,3%), della scarsa qualità dei dati disponibili (45,2%), delle preoccupazioni sulla privacy (43,2%) e persino dei costi elevati (43%).
È un'inversione rispetto al racconto abituale, quello secondo cui le imprese italiane non si digitalizzano perché non hanno soldi. I soldi, quando servono, si trovano: il vincolo è che non c'è nessuno da mettere davanti alla tecnologia una volta comprata. Lo stesso rilevamento mostra che il divario tra grandi imprese e PMI nell'uso dell'IA si sta allargando invece di chiudersi, passando da circa 20 punti percentuali nel 2023 a 37 punti nel 2025, mentre su quasi tutti gli altri indicatori di digitalizzazione la distanza si riduce. Le grandi imprese hanno le persone per usare gli strumenti nuovi, le piccole no.
Perché assumere non risolve
L'idea più naturale, davanti a un vuoto di competenze, è coprirlo con un'assunzione. I dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro spiegano perché funziona di rado. Le competenze digitali legate all'uso delle tecnologie internet e alla produzione di contenuti multimediali sono richieste al 61,2% delle entrate programmate dalle imprese, e quelle legate a linguaggi e metodi matematici e informatici a quasi la metà. La domanda, insomma, è ovunque.
L'offerta no. Sempre secondo Excelsior, quando le imprese cercano profili con competenze digitali avanzate la difficoltà di reperimento esplode: 81,7% per matematici, statistici e analisti dei dati, 79,7% per progettisti e amministratori di sistemi, 79,4% per gli ingegneri dell'informazione, contro una difficoltà media che nel bollettino di ottobre 2025 si attestava intorno al 47% sul totale delle professioni. Significa che per otto ricerche su dieci l'azienda dichiara di non trovare la persona, o di trovarla solo dopo mesi.
Per una PMI il problema si aggrava per ragioni strutturali. Compete per gli stessi profili con aziende tecnologiche che pagano di più e offrono percorsi di carriera più leggibili. Può offrire un solo posto in un'area dove il candidato non avrà colleghi da cui imparare, il che rende l'offerta poco attraente proprio per i profili migliori. E quando l'assunzione riesce, spesso quella persona diventa un punto di fragilità: se se ne va, l'azienda torna al punto di partenza.
Formare o comprare: due strade con costi diversi
Restano due strade. La prima è formare le persone che già ci sono. È la più solida nel lungo periodo e la meno praticata: secondo l'Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, solo il 40% delle piccole e medie imprese redige periodicamente piani formativi per il personale al di là della formazione obbligatoria, e appena il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione sull'intelligenza artificiale. Il limite non è quasi mai il costo, visto che esistono fondi interprofessionali largamente sottoutilizzati, ma il tempo: sottrarre un dipendente alla produzione per formarlo è un lusso che una piccola impresa fatica a concedersi.
La seconda strada è comprare la competenza all'esterno, affidando a fornitori specializzati la parte che l'azienda non sa gestire. È la scelta più rapida, ed è quella che la maggioranza compie. Ma non è una scorciatoia gratuita, perché richiede comunque un minimo di alfabetizzazione interna: chi non sa cosa sta comprando non è in grado di valutare né il preventivo né il risultato, e finisce per delegare anche la definizione degli obiettivi. Il mercato dei fornitori italiani, dal canto suo, è frammentato e difficile da comprendere appieno per chi ci si affaccia la prima volta. Per farsi un'idea di com'è composto esistono portali consultabili liberamente, come dbagenzieitalia.it, che censiscono gli operatori e ne seguono l'evoluzione.
La terza strada, quella che nessuno sceglie ma molti percorrono, è non fare niente. Sempre secondo l'Osservatorio del Politecnico, il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede di investire in intelligenza artificiale, e il 22% dichiara di investire poco nel digitale perché lo ritiene marginale per il proprio settore.
Il costo dell'attesa
Cosa succede a un'impresa che rimanda? Nel breve periodo, nulla di visibile. È esattamente questo che rende il ritardo pericoloso. Gli effetti si accumulano in silenzio: i concorrenti che presidiano i canali digitali intercettano la domanda prima, accumulano dati sui clienti che l'azienda ferma non ha, e quei dati diventano nel tempo un vantaggio che non si recupera comprando un software.
Claudio Rorato, direttore dell'Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI, ha sintetizzato il punto con un'immagine efficace: un'impresa non può passare dalle scuole primarie all'università dalla sera alla mattina, prima deve costruire le condizioni organizzative e culturali per usare bene questi strumenti. Il ritardo più preoccupante, ha aggiunto, non è nell'adozione della tecnologia ma nella capacità di prepararsi al suo impiego.
È una differenza che cambia la natura del problema. Non serve, alla maggior parte delle imprese italiane, comprare l'ultima tecnologia disponibile. Serve avere qualcuno, dentro o fuori, capace di capire quale problema si sta cercando di risolvere. Ed è proprio quel qualcuno che oggi è difficile trovare.
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