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io_viaggio_leggero | 04 luglio 2026, 07:00

Marrakech, una città che vive di luce propria da quasi mille anni

In questa rubrica troverete interviste a viaggiatori e racconti di viaggio vissuti in prima persona. Luoghi da scoprire, avventure emozionanti e storie di vita. Se hai un’esperienza da raccontare… scrivi a: ioviaggioleggero@gmail.com

La prima cosa che si scopre arrivando a Marrakech è che il Marocco non comincia qui. E forse nemmeno finisce. Perché questa città è un’eccezione. Un luogo che ha costruito la propria identità internazionale molto prima che esistesse il turismo. Per secoli le carovane attraversavano il Sahara trasportando oro, sale, avorio e spezie provenienti dall’Africa sahariana. Qui si incontravano arabi, berberi, ebrei e africani, trasformando la città in uno dei grandi crocevia tra il Mediterraneo e l'Africa sahariana.

 

Oggi sono gli aerei a sostituire i cammelli e i trolley hanno preso il posto delle balle di stoffa, ma la vocazione è rimasta immutata. Marrakech continua a vivere di incontri. Chi pensa di aver conosciuto il Marocco dopo aver visitato Marrakech, in realtà ha conosciuto soltanto Marrakech. La medina è il punto da cui tutto comincia. Varcata una delle sue antiche porte, il traffico moderno scompare e il tempo sembra perdere importanza. Le strade non seguono una logica razionale. Si restringono, si dividono, cambiano improvvisamente direzione. I vicoli sembrano progettati per disorientare, e forse è proprio così. Qui perdersi non è un inconveniente. È parte dell’esperienza. Dopo pochi minuti si smette di cercare un percorso e si inizia semplicemente a osservare. Ogni angolo racconta un mestiere. C’è chi incide il rame con piccoli colpi regolari di martello, chi intreccia fibre di palma, chi lavora il cuoio come facevano i suoi antenati. Le montagne di spezie disegnano sfumature di giallo, rosso e ocra, mentre il profumo del pane appena sfornato si mescola a quello del cumino e della cannella. Nel frattempo gli scooter affiancano i pedoni con una naturalezza sorprendente. Passano ovunque, evitando ostacoli con una precisione istintiva. All’inizio sembrano fuori posto. Dopo qualche ora ti rendi conto che sono semplicemente parte della città. Lo stesso vale per i souk, dove acquistare significa soprattutto dialogare. La contrattazione non è una battaglia tra chi vende e chi compra, ma un rituale fatto di sorrisi e di pazienza. Qui il commercio è ancora vita quotidiana.

Poi, durante la passeggiata, succede qualcosa. Dietro un grande portone si apre la Madrassa Ben Youssef, uno dei luoghi più straordinari dell’intero mondo arabo. Se esiste un posto capace di spiegare la raffinatezza della civiltà islamica, è questo. Per quasi cinque secoli fu una delle più importanti scuole coraniche del Nord Africa. Fino a novecento studenti vivevano nelle piccole celle distribuite su due piani, dedicando le giornate allo studio del Corano, del diritto islamico, della matematica e dell’astronomia. Ma non è la sua storia a colpire per prima. È l’architettura. Nel cortile centrale ogni elemento sembra trovare equilibrio. L’acqua della vasca riflette il cielo, il marmo amplifica la luce, mentre il legno di cedro intagliato e gli stucchi raccontano un’idea di bellezza senza tempo. Nulla appare superfluo. Qui l’ornamento non serve a stupire, serve a elevare lo spirito. La Madrassa Ben Youssef oggi non è soltanto un monumento. È la dimostrazione che l’arte, in questa parte del mondo, è sempre stata anche un veicolo per la conoscenza. Si entra pensando di visitare un edificio storico. Si esce con la sensazione di aver attraversato un pensiero.

 

A poche centinaia di metri, Marrakech mostra un’altra parte di sé. Il Palazzo Bahia e le Tombe Saadiane sembrano appartenere a due mondi opposti, eppure rappresentano la stessa civiltà. Bahia è la celebrazione della vita. Costruito alla fine dell’Ottocento per essere la residenza più elegante del suo tempo, è un susseguirsi di cortili luminosi, giardini, fontane e sale decorate. Ogni spazio è stato progettato per offrire freschezza e armonia. È l’idea che la bellezza possa accompagnare la quotidianità. Le Tombe Saadiane, al contrario, invitano al raccoglimento. Rimaste nascoste per secoli e riscoperte solo nel Novecento, custodiscono i mausolei dell’antica dinastia in un silenzio quasi assoluto. Il marmo di Carrara, le colonne e i mosaici ricordano che perfino il potere più grande è destinato a lasciare spazio al tempo. Tra Bahia e le Tombe Saadiane si compie un percorso simbolico. Da una parte la vita. Dall’altra la memoria.

Quando il sole inizia a scendere, Marrakech cambia ancora. La luce accende di sfumature dorate le mura color ocra, mentre il minareto della Koutoubia domina la scena con la stessa eleganza da oltre ottocento anni. Il tramonto è soprattutto il momento in cui ci si dirige verso piazza Jemaa el-Fna. Di giorno può apparire quasi dispersiva. Di sera diventa il cuore compatto della città. Le cucine all’aperto prendono lentamente forma, il fumo delle griglie sale nell’aria mentre i musicisti di strada accordano gli strumenti. Tutto avviene senza un regista, eppure ogni elemento sembra trovare spontaneamente il proprio posto. Jemaa el-Fna non è soltanto una piazza. È un teatro popolare che ogni sera mette in scena la stessa rappresentazione senza mai ripetersi davvero.

 

Marrakech continua ad affascinare dopo quasi mille anni, non perché conservi monumenti straordinari o mercati unici. Ma perché è rimasta fedele alla propria natura. Una città nata per accogliere persone provenienti da mondi diversi. Alla fine del viaggio resta una certezza: questo posto non si lascia capire in un giorno. Marrakech “va camminata” a lungo. In cambio restituisce qualcosa che poche città sanno offrire: la sensazione di sentirsi a casa.

Marco Di Masci

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